Sono qui a non fare nulla e mi è venuto in mente che è da un po' che non aggiorno... 
Tanto per, metto un capitoletto!!!!
Capitolo 7
I Don’t Care
“Non si scopre la verità: la si crea.”
(Antoine de Saint-Exupéry)Camminavo senza meta da un po’ di tempo, non sapevo quanto.
Me ne resi conto improvvisamente, come se prima quell’azione non mi riguardasse. La mia mente era del tutto vuota, quindi non poteva essere stata questa a determinare l’azione… Qualcosa muoveva le mie gambe istintivamente, in quel passo spedito e nervoso. Qualcosa che mi percorreva dalla testa ai piedi e sentiva il bisogno di sfogarsi… E soprattutto qualcosa che andava a scuotere una parte del mio interiore che ero sicuro di non avere più…
Mi bloccai di scatto.
Avevo addirittura il fiatone dopo quella lunga e veloce camminata. Mi guardai intorno. Era un vicolo buio e vuoto, leggermente sudicio. Mi affacciai da quella strada stretta e studiai per qualche momento le vie che vi si incrociavano. Non riuscii a riconoscerne neanche una… Mi ero perso…
Sbuffai, cercando di ignorare il respiro ancora affannato. Fingevo che tutto fosse normale…
Estrassi dalla tasca una scatola di fiammiferi. Sfregandolo, il pezzetto di legno si bruciò ma non si accese. Imprecai a denti stretti.
Dannazione, in veste da Noah non lo facevo mai. Era sintomo di un’emozione forte e improvvisa. Non coincideva con l’immagine calma che dovevo dare… Che poi in realtà ero sempre stato un tipo calmo, giusto…? Ironico, indisponente forse, ma tranquillo, rilassato… Allora qual’era il problema!?
Ne estrassi un altro e impiegai tutte le mie energie per evitare di spezzarlo dalla rabbia. Questa volta si accese normalmente. Mi misi in bocca la sigaretta e vi accostai il fiammifero. L’odore del tabacco mi calmò lievemente e, strano a dirsi per qualcosa che danneggia gravemente i polmoni, mi permise di riprendere un respiro regolare.
Lanciai uno sguardo per terra: peggio di un immondezzaio… D’altra parte, cosa mi aspettavo? Problemi della lavanderia. Scrollai le spalle, posai sul lastricato il mio mantello ripiegato e mi ci sedetti sopra. La buona vecchia indifferenza, compagna di mille giornate da Noah. Stavo rinsavendo.
Potevo solo aspettare che mi venissero a prendere…
Me ne ero andato come un ragazzino offeso…
Ma offeso da cosa?
Inutile prendersela a causa del “capo”. Non era certo la prima volta che il Conte mi mostrava la sua immensa abilità nel gestire ogni singolo attimo della mia esistenza. I suoi scherzi erano sempre di pessimo gusto e immaginavo che si fosse divertito da morire a guardare quelle scene. Ma pazienza, non era una novità…
Non ero arrabbiato con il Conte, credevo, o almeno non più del solito.
Arrabbiato, poi? Si trattava di rabbia?
Allora non potevo essere arrabbiato con lei.
Cosa mi aveva fatto di male…? Non c’era nulla di male. Alla fine, veramente, non c’era proprio più il male, nella mia mente intendo e anche quindi nella realtà che essa aveva di fronte.
Di certo non provavo rabbia nei suoi confronti. Anzi, tentai di auto-convincermi di non provare assolutamente nulla. Niente poteva scalfire un Noah. Addirittura, avevo sbagliato fin dall’inizio ad interessarmi a quell’opera e a quella ragazza, punto.
Eppure non potevo nascondere di essere turbato, irritato…deluso…
Delusione, poi?
Sospirai cercando di mostrare ancora la mia serena noncuranza, come se mi trovassi di fronte ad un pubblico a cui dovevo un determinato atteggiamento. La verità era un’altra. Se non mi fossi controllato, di certo avrei continuato a camminare a vuoto per ore sfogando in qualche maniera oscura quella “cosa” ed evitando addirittura di darle un nome.
Non aveva importanza! E non volevo dargliene!
Passò un buon quarto d’ora.
Avevo già fumato tre sigarette di seguito, cercando di rilassarmi, ed ero ormai alla quarta. L’effetto positivo di qualche momento prima era bello che svanito. Appoggiato al muro gelato, sbuffavo tra me e guardavo il cielo nero… Neanche una dannatissima stella da osservare! Dove diavolo erano finite!?
Ma così non andava bene per nulla… Tutta la mia irritante calma dov’era finita…?
Sorrisi tra me. Certo che avevo davvero qualcosa che non andava.
Per certi versi era come se fossi tornato indietro nel tempo, nei giorni dopo il soggiorno segreto a quel convento. Anche allora avevo un solo determinato pensiero nella mente. Mi rendeva nervoso, suscettibile, quasi sognante… Quello non ero io… E più ci pensavo più mi rendevo conto che non c’era nulla di salutare, eppure continuavo in quel modo, come se ne fossi dipendente.
Come ora non volevo giustificare la presenza di quel pensiero fastidioso dandoci un nome, allora, invece, non avevo neanche potuto denominarlo. Perché, come Iizu mi aveva ricordato troppo tardi, non le avevo neppure chiesto come si chiamasse…
Ora lo sapevo: Victoire Villois, meglio nota come Vivy, a detta del Conte…
E va bene, tanto valeva ragionarci. Al diavolo questa simulazione! Certo che ero curioso di capire cosa accidenti mi aveva fatto percorrere chilometri a vuoto, mollando quattro a zero tutti quanti! Tanto cosa avevo da fare in quel momento…? Cosa avevo da perdere…?
Estrassi la quinta sigaretta e la accesi. Presi una bella boccata e iniziai a ripensare a tutto ciò che era appena accaduto.
Il Conte mi aveva obbligato ad andare a teatro per incontrare la mia nuova fidanzata, la donna che dovrei sposare. Avevo assistito ad un’opera lirica e mi ero interessato ad una giovane soprano che assomigliava in maniera particolare alla suora che aveva salvato la vita a Iizu. Questa ragazza si era rivelata essere davvero la persona che credevo, ma non solo, anche la mia promessa, una Noah…
Detto così sembrava stranamente perfetto. Non solo perché si trattava di una grande dimostrazione di arte da parte del Conte, ma anche perché appariva a prima vista la soluzione più positiva per me.
Mi ero o no preso una sbandata per lei quando ero ancora un normale essere umano? Certe cose, mi era già stato mostrato, si erano mantenute stabili anche dopo il famoso “risveglio del sangue” ed in effetti non ero certo diventato insensibile a quella ragazza. Me ne ero dimenticato a lungo, era vero. Ma ciò non significava che non mi fossi subito ricordato di lei. Del resto era ancora bellissima, fiera, un po’ suscettibile, ma perfetta…
Inutile girarci intorno, dato che ormai io non ero più un santo e lei non era più una religiosa… Ero incredibilmente attratto da lei. Anche più di allora. Era talmente evidente che mi dava fastidio ammetterlo… Ancora una volta la mia impassibilità impallidiva…
Quindi l’idea di sposarla… Insomma, non mi dava fastidio. Come imposizione non era neanche così pesante, in fondo… Mi sarei legato ad una mia parente, come voleva il “capo”, e magari ne sarei anche stato contento…
Fin qui tutto bene…
Il problema era quella “purezza”…
Una cosa del genere non mi era mai interessata nella mia vita “bianca” e tanto meno era importante adesso. Eppure l’avevo percepita e faceva parte delle cose che mi avevano colpito di lei, ora come allora. Era possibile che avessi visto tutto ciò anche poco prima della sua trasformazione in Noah? Si, in effetti. Aveva qualcosa di incredibilmente pudico nonostante l’abito rosso e lo sguardo aperto.
Allora o i conti non tornavano o mi stavo convincendo di qualcosa che non esisteva. Delle due una.
Era del tutto inconcepibile una qualità simile assegnata ad una Noah.
Poteva anche non aver ancora perduto le sue virtù umane. Questa poteva essere la spiegazione. Ma se le possedeva ancora era comunque destinata a perderle. Inutile pensarci, inutile ritenerle necessarie.
Eppure ero scappato.
Tossii, come se il fumo mi fosse andato per traverso. La sesta sigaretta era forse un po’ eccessiva.
Assolutamente no. Quella non era una fuga. Era un istinto improvviso di allontanarmi da lì.
Ero stato eccessivo a designarla come un’emozione. Io sapevo controllare le mie emozioni. Soprattutto quando ero in vesti “nere”. Non c’entrava niente…
Forse…
Oppure, non mi piaceva pensare che lei, la donna più pulita che avessi mai visto, fosse una creatura “nera”. Come se fossi ancora semplicemente quel giovane operaio squattrinato. Come se non condividessi quel sangue oscuro con lei.
Assolutamente no.
- Ti sei offeso, Tyki-pon…!? -
Qualche momento dopo la voce allegra del Conte vibrò nel vicolo scuro.
Sorrisi malignamente.
- Offeso…!? Per cosa…!? -
- Perché non ti ho detto che la tua promessa è anche stata la giovane suora che ha aiutato il tuo amico umano.- anche se la sua voce prese note leggermente cupe nel pronunciare le ultime due parole, per il resto era terribilmente cordiale.
- Non dite assurdità. – fissai deciso i miei occhi in quelli gialli del Conte – Perché mai dovrei essere arrabbiato…? –
- Allora era solo una mia impressione! –
- E’ molto probabile. –
Con la mia più compassata indifferenza, buttai per terra l’ultimo mozzicone e mi alzai in piedi. Raccolsi da terra il mantello e lo scossi solo un attimo. Non era neanche così sporco come credevo.
- Vivy era molto dispiaciuta… -
La sua noncuranza era invece totalmente falsa. Avrebbe dovuto prendere esempio da me.
Mi passai una mano tra i capelli e chiesi vagamente: - Ah. Come mai? –
- Perché non ha capito la tua reazione. Crede di aver sbagliato a non dirti subito che è una Noah. Invece di richiamare quel passato, ormai del tutto morto e sepolto… -
Una persona normale doveva arrabbiarsi sapendo di essere stata, per certi versi, ingannata. Sapeva già chi ero diventato eppure aveva fatto finta di nulla: prima di non conoscermi e dopo di ignorare la mia nuova vita.
In ogni caso, quando non trovai in me traccia di rabbia o di qualunque altra forma di reazione, neanche della specie misteriosa che aveva mosso i miei passi poco prima, non mi stupii minimamente.
Mi fu semplicissimo sorridere in modo del tutto neutro: - Pazienza. –
- Non sei arrabbiato con lei, quindi, Tyki-pon…? -
- Per nulla. Non sono emozioni che possano riguardarmi, Conte. Non mi interessano. – scrollai le spalle per chiarire il concetto.
- Almeno sei contento della mia scelta…? –
- Umh… Penso di si. E’ una nostra parente... E’ certo una bella donna... –
- …ha perso quel peso di purezza che si portava dietro… –
Era divertentissimo vedere come mi stesse mettendo alla prova. Non mi dava neanche fastidio.
- Non avete appena detto che per lei quel passato è sepolto…? A voi non credo che riguardi poi tanto. Per me poi non conta nulla. Mi è del tutto indifferente. -
Ancora una volta ebbi la spiacevole sensazione che quell’enorme sorriso plastificato si allargasse a dismisura: - Ne sono lieto! –
Due braccine magre mi strinsero una gamba destra. Non ebbi alcuna reazione.
- Road… - commentai in un sospiro.
Lei mi lasciò e trotterellò davanti a me:
- Non è divertente, Tyki! Potevi almeno far finta di esserti spaventato! –
Aggrottai le sopraciglia: - E tu ci avresti creduto…? –
- Avrei fatto finta! -
- Già… - sorrisi, accondiscendente.
Il Conte rise allegramente: - Volete andare a farvi un giretto!? La notte è ancora giovane! –
- Si, dai! – esclamò, contentissima.
- Se proprio non se ne può fare a meno… - commentai, con sufficienza.
Mi preparai a rientrare tardissimo. Così la mattina successiva non sarei potuto tornare dai ragazzi… Il gioco preferito del Conte…
Road non mi chiese nulla. Un record. Del resto, comunque, ebbi tutto il tempo della passeggiata la fastidiosa sensazione di avere i miei pensieri stampati in fronte. Lamentarsi sarebbe stato inutile, così la lasciai fare.
Non c’era nulla che dovessi nasconderle. Nulla che non sapesse già. Nulla che potesse crearmi dei problemi. La mia mente era di nuovo vuota da impressioni ed emozioni. Indifferente a tutto e tutti.
Rientrai all’alba da quella giornata lunghissima con la sola idea di dormire qualche ora. Nessun bisogno di meditare avrebbe turbato il mio sonno…
Mi svegliai nella perenne oscurità di “casa Noah”. Sbirciai ancora rintontito il piccolo l’orologio a pendolo sul tavolo al centro della stanza e vidi che mancava poco all’orario abituale del pranzo. Mi girai dall’altra parte cercando di riaddormentarmi, ma non mi fu possibile.
Ripercorsi mentalmente le scene dell’unica volta che mi ero azzardato a saltare un pasto in famiglia dicendo di essere troppo stanco… Il Conte si era gaiamente lamentato per qualche ora, impedendomi comunque di riposare… Tanto valeva quindi fare che alzarsi…
Stiracchiandomi scompostamente, aprii la porta sul corridoio e mi trovai subito di fronte subito un’altra persona.
Victoire si voltò di scatto nella mia direzione. Indossava un abito nero diritto, accollato ma che segnava gentilmente le curve. I lunghi capelli scuri erano raccolti da un becco d’anatra, lasciando ampiamente scoperte le cicatrici sulla fronte e gli occhi, che, benché colorati di giallo, mancavano del tutto di malizia ed erano anzi spalancati dallo stupore.
Mi ritrovai comunque ad esitare, più per scrupolo che per altro. Lei invece sembrava non sapere davvero cosa fare. Teneva stretta in maniera alquanto convulsa la maniglia della porta che si trovava quasi di fronte alla mia e non osava più rialzare lo sguardo.
- Buongiorno. – dissi semplicemente.
Mi guardò per qualche momento, stranita, poi cercò di sorridere: - Buongiorno. –
Sembrava cercare le parole per dire qualcosa, ma non avevo intenzione di ascoltare. Sarebbe stata una discussione del tutto inutile. Non mi andava bene che desse così peso a quella mia reazione immotivata della notte scorsa. Tutto quel timore non le era consono. Doveva dimenticare e basta. Come stavo facendo io.
Senza attendere mossi qualche passo per il corridoio, poi mi voltai: - Vado a fare una doccia. Potreste dire al Conte che arrivo più tardi a salutare…? –
Annuì, con decisione mista a meraviglia: - Certo, nessun problema. –
- Grazie. -
Il getto d’acqua mi svegliò del tutto.
Indossai una camicia bianca pulita e ignorai il cravattino che il “capo” aveva fatto lasciare appositamente. Faceva troppo caldo in casa per stringermi quel laccio al collo e, anche se non era molto decoroso, come di certo mi avrebbe fatto notare, preferii lasciare aperti un paio di bottoni della camicia. Tentai di pettinarmi i capelli, ma rimasero comunque parecchio disordinati, come sempre appena asciugati.
Quando arrivai alla sala da pranzo, però, non c’era nessuno.
Rimasi incerto sulla soglia: - Cosa succede…? –
Dalla cucina sbucò un akuma abbigliato da cameriera con in mano un grande vassoio:
- Sua signoria Noah… - fece la voce metallica – Il nobile Conte si è premurato che pranzaste… -
- Si, ma dove sono gli altri…? –
- L’ora di pranzo è passata da diverse ore… -
Sbuffai: - Allora vedi di mandare qualcuno a ricaricare l’orologio della mia stanza, che si è fermato.-
- Sarà fatto immediatamente… Accomodatevi… -
Appoggiò il vassoio sul grande tavolo e fece un gesto verso la sedia posta davanti all’ultima parte apparecchiata del piano.
Mi sedetti di malavoglia. Pranzare da solo circondato da quei “giocattoli” non mi piaceva per nulla. Solo che non avevo molta scelta, ma parecchia fame.
- Conte! –
Per istinto riconobbi subito la voce di Victoire. Eppure da tanto tempo non l’avevo più udita così aspra ed irritata. Dannazione, un’altra volta mi riferivo a quell’inutile passato…
Sbuffai tra me, poi mi voltai a guardarla.
Il suo volto e il suo tono divennero subito più mansueti:
- Emh… Il Conte è qui…? -
Sorrisi elegantemente: - Pare di no. –
- Avete idea di dove sia…? -
Scossi la testa: - No. –
- Capisco. Scusatemi allora. -
Proprio in quel momento stava sbucando dalla cucina la cameriera di metallo con la prima portata. Squadrai con sincero disgusto quella figura.
- Victoire, aspettate. -
Si voltò nella mia direzione, sempre con quell’aria dubbiosa sul viso: - Si…? –
- Avete già pranzato? -
- Emh, in realtà no… -
- Allora fatemi compagnia, per favore. –
Non sapevo se lo stavo facendo a causa di quel silenzio e di quelle entità senza vita, oppure per mettere alla prova la mia impassibilità. O per ultimo perché mi faceva davvero piacere la sua presenza.
- Siete…sicuro…? -
- Si, certo. –
Quando la vidi muovere i suoi passi leggeri nella direzione del tavolo, mi alzai ed andai al posto davanti al mio a scostarle la sedia.
Il rosso vivo che colorò le sue guance fu distinguibile anche sulla pelle grigia della nostra famiglia. Non avevo mai visto una Noah arrossire. Tuttavia si sedette e io avvicinai la sua sedia prima di tornare al mio posto.
Per qualche momento il silenzio corse tra di noi.
Lei era impacciatissima, le spalle in tensione, gli occhi che vagavano per la stanza evitando accuratamente di posarsi su di me. Per canto mio, benché non fosse molto educato, la stavo fissando.
Infine si voltò a guardarmi: - Perché mi fissate in questo modo…? –
Distolsi allora lo sguardo, con una scrollata di spalle: - E voi perché evitate accuratamente di guardarmi…? –
- Vi dà fastidio…? -
- Un po’. – risposi d’istinto, pentendomene comunque immediatamente.
- Vi chiedo scusa. E’ che non so come comportarmi. – disse subito.
Era assolutamente sincera e ancora una volta un rosso fuoco invase il suo viso. Evitai accuratamente che il discorso andasse però di nuovo all’argomento del giorno prima.
- Non vi preoccupate. – tagliai corto e assaggiai il piatto occidentale che mi era stato posto davanti.
Allora guardò con un moto di repulsione la creatura del Conte che le aveva posto davanti il piatto, si sforzò di seguire il mio esempio e assaggiò la pietanza.
- Come vi sembra…? – chiesi.
- E’…buono… - rispose, ma con un leggero brivido.
Sorrisi maliziosamente, benché anch’io soffrissi della stessa insofferenza agli akuma. Vederla negli altri era divertente.
- Non ridete di me, per favore… - disse con una certa asprezza, ma a bassa voce – E’ solo che non sono abituata… -
- Scusatemi l’indelicatezza… - ma una punta di ironia era ancora presente nel mio tono.
Il pranzo andò abbastanza bene. Parlammo vagamente di tutto e di nulla. Non toccammo alcun tasto particolare, ma le chiesi della sua attività di soprano e lei mi interrogò su alcune questioni di casa. Tutto estremamente formale, come alle tipiche riunioni di famiglia.
Eravamo ormai al dolce quando ricomparve il Conte in tutto il suo splendore. Un cappello terribile decorato con le note musicali e una giacchetta preziosa ma striminzita che mi chiedevo come avesse fatto ad indossare.
- Cosa vedo! Sono le quattro del pomeriggio e vi trovo ancora qui a mangiare! – esclamò allegro.
Prima che potessi rispondere, Victorie commentò, irritata: - Vi ho cercato dappertutto… Avevo bisogno di parlarvi… -
- Ti chiedo perdono! Solo che a quanto ho visto entrambi avete il vizio di svegliarvi tardi e io non potevo certo attendere! Avevo degli affari urgenti! Comunque ora sono qui, Vivy! -
SI sedette sul suo solito scranno viola anche se era parecchio lontano da noi.
- Retino vuole portare in scena “La Carmen” e avrò bisogno di parecchio tempo per le prove. Cosa avete intenzione di fare? Mi concederete ancora la camera d’albergo e preferite che venga ogni sera qui? -
- Oh, ma qui! Certo! Ormai sei parte della famiglia! Per forza! Non è così, Tyki-pon!? –
Essere citato in causa così all’improvviso mi colse impreparato.
- Certo, questo è il centro fondamentale della famiglia e tutti i nostri parenti sono i benvenuti. -
La mia classica risposta del tutto neutra.
Vivy mi lanciò uno sguardo che non riuscii a comprendere. Che cosa voleva che dicessi…?
- Allora va bene. Il mio viavai non sarà un fastidio per i nostri parenti…? -
- Assolutamente no! Anzi! Giusto…? – di nuovo verso di me.
- Io non posso parlare al riguardo. Non sto così spesso e così a lungo qui. - risposi in tono di scuse.
- Però qui potrei creare problemi con i miei esercizi vocali… -
Era ormai chiaro anche a me che non aveva alcuna intenzione di restare nella nostra casa. La cosa non mi interessava. Ognuno era libero di vivere dove voleva. E a tal proposito anch’io avevo una cosa da chiedere…
- Ma abbiamo un ottimo pianoforte e un esperto musicista: il nostro Tyki! Aiuterai tu Vivy con i suoi esercizi canori, no…? -
Interruppi questa ennesima scenetta. Ero parecchio stufo di quello scaricabarile. Ignorai la domanda, ma dissi subito:
- Mi dispiace, Conte, ma io devo assolutamente portare avanti i miei affari. Dato che questa notte ho accompagnato Road a fare quel giro, questa mattina non sono riuscito a tornare ai miei compiti. Ho il vostro permesso di stare via per qualche tempo, allora…? -
Il “capo” mi scrutò attentamente, come chi studia una strategia. Pessimo segno.
Poi rispose, gaio: - Certo! Ma ricordatevi che il telefono squilla…! –
Sorrisi, ironico: - … e per i Noah solo una volta… -
Mi alzai e rimisi a posto la sedia: - In questo caso vado a prepararmi, con il vostro permesso… Conte, Victoire… A presto… - e senza aspettare risposta, mi avviai per il corridoio.
Avevo voglia di tornare alla mia vita normale. Forse più del solito. Quei due giorni mi avevano spossato.
Indossai la giacca del completo, il cravattino, il mantello e il cappello. Mi sarei cambiato solo poco prima di arrivare alla cava. Mi stavo già avviando alla porta di Road, quando una voce mi chiamò.
Mi voltai sapendo già chi fosse.
- Ascoltate… Io… - cominciò a fatica.
Qualche ciocca dei suoi capelli corvini era scappata dal fermaglio e scivolava gentile sulla sua pelle scura.
- Perché non ci diamo de “tu”…? – dissi improvvisamente, interrompendo il suo dubbioso tormento.
I suoi occhi si allargarono di stupore.
- Non è così strano. – cercai di spiegare – Solo al Conte è praticamente obbligatorio dare del “voi”, tra noi Noah non è necessario. –
- Mi chiamerai Vivy…? –
Le sue parole ora erano molto più decise. Appariva molto meno intimorita di prima. Da una parte mi faceva piacere, dall’altra mi preoccupava perché non prometteva bene per il seguito.
- Se lo desideri, si. Ma in genere a nessuno piace il soprannome affibbiato dal Conte. -
- Io ero già chiamata Vivy prima di incontrare il Conte. Quindi si, mi fa piacere. –
Sorrise in maniera splendida. Ma pulita, troppo per quelle cicatrici e quel volto colorato di morte.
- Allora è perfetto. -
- Per favore… - mi fermò ancora una volta, aveva capito che stavo cercando di sfuggirle.
- Dimmi, Vivy. – c’era una leggera impazienza nel mio tono.
- Io volevo chiederti perdono per quelle scene di poco fa con il Conte. Io e lui abbiamo… emh… un rapporto un po’ tormentato, ma mi è dispiaciuto che abbia tentato di metterti in mezzo. –
- Non importa. – risposi subito, netto.
- Beh, anche per quella reazione a causa della tua risata. Solo stata fastidiosa, immagino. –
- Non importa. –
- E poi…per ieri sera… -
- Non importa. –
- …non volevo ingannarti… E’ solo che quando mi hai riconosciuta io non me la sono sentita di parlare della famiglia… -
- Non importa. –
- Ma io… -
- Non importa, te lo ripeto. –
Tutta la mia indifferenza regnava in quelle due parole e me ne lasciai trasportare: - Non mi importa niente di ciò che è stato. Il passato è ormai morto. Non ha alcun modo di influenzare il presente. Quindi qualunque cosa abbia a che fare con il passato, dalle azioni più recenti a quelle più remote, non può essere un problema. Per cui non devi preoccuparti riguardo a nulla. -
Pronunciai quelle frasi senza alcun ripensamento o alcun peso. Credevo che rinnegare tutto ciò che era stato mi sarebbe pesato, ma non avevo percepito alcun rimorso. Solo dovetti impegnarmi per distogliere lo sguardo dal volto desolato di Vivy.
Il Conte mi aveva lasciato intuire che fosse stata lei la prima a dire quelle cose. Io le avevo solo imitate, infondo. Ma il volto terreo diceva tutt’altro. Possibile che invece a lei facesse così male sentirsi dire una cosa simile…? Mi nutrii del mio disinteresse e ignorai la domanda retorica.
Le voltai le spalle e sentenziai:
- Non ha senso restare attaccati con le unghie a ciò che non torna. Se vuoi essere una vera Noah devi dimenticare il passato e vivere per le uniche due dimensioni che ci appartengono, il presente e il futuro. A me non interessa altro, anche per te dovrebbe essere così. -
Poi, mi girai quanto bastava per posare gli occhi su di lei. Il suo sguardo era fermo deciso, fermo, quasi bruciante, la sua espressione fredda, la postura rigida e formale.
- Spetta a me decidere in che dimensione vivere, Tyki. -
Non potei evitarmi di ridere sonoramente:
- I miei sono solo consigli! -
Mi avviai verso la fine del corridoio senza più voltarmi indietro: - Ci vediamo presto, Vivy. – con un cenno della mano
- Già. A presto, Tyki. –
La sua voce era di nuovo cupa e desolata… Ma non mi importava…